I 900 anni dei Patti Ghebardini
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Il vescovo conte di Trento e signore della Contea di Bolzano era Gebardo (1106 – 1124 circa), nominato dall'imperatore Enrico V di Franconia (e non dal papa), di cui si dichiara essere cancelliere. Il conte "avvocato" era Adelpreto, che alcuni ritengono essere stato il capostipite dei Tirolo. I quattro rappresentanti di Fiemme erano Brunone di Cadrubio (gruppo di casali, esistente fino ad inizio Quatrocento, posto a mattina del dosso su cui ancor oggi si trova il campanile dell'antica chiesa di San Valerio, abbattuta nel 1804), Martino di Varena (che fino al 1564 formò un'unica Regola con Cavalese), Gasperto di Cavalese e Menzio di Tesero. Tra i diciotto testimoni spicca un funzionario vescovile a Bolzano, il "preposito" Enrico. Nel giorno di giovedì 13 luglio 1111 si stabilì che in Fiemme si sarebbero pagate al vescovo conte di Trento ed ai suoi successori ogni anno "24 arimannie", oltre agli altri redditi che egli già aveva in Fiemme (ad esempio le decime). In cambio il vescovo conte esentava in perpetuo Fiemme dal pagamento di ogni dazio e di ogni altra imposizione fiscale nell'ambito del territorio del Vescovado di Trento. Questa esenzione, per il mantenimento della quale Fiemme lottò per secoli anche se non sempre con esito positivo, fu di enorme importanza economica fino al 1802, quando cessò la sua esistenza il Principato vescovile di Trento, assorbito nell'Impero. Nel successivo giorno di venerdì 14 luglio 1111 si stabilì che il vescovo conte avrebbe inviato in Fiemme due volte all'anno, in occasione dei placiti di maggio e di novembre (= adunanze collettive durante le quali entrava in funzione il pubblico tribunale) un suo giu- dice o vicario (all'epoca detto gastaldo o gastaldione) perché amministrasse la giustizia e perché raccogliesse materialmente le "arimannie" versate. In cambio Fiemme ottenne di mantenere la validità del Consiglio dei giurati locali, obbligatoriamente presenti ad ogni udienza indetta dal giudice. Il primo documento che ci attesta che in Fiemme avveniva l'effettivo pagamento delle "arimannie", in dialetto locale romanìe, e del 1240 circa; in esso si trova ancora l'originale numero "24" scritto nei Patti, che però in seguito verrà modificato. Le romanìe in senso proprio erano pagate solo dalle due Regole di Cavalese (con Cadrubio e Varena) e di Tesero e venivano raccolte dai loro giurati di banco, che erano eletti solo in quelle Regole. A Trodena, a Predazzo per il monte feudale e a Moena si pagavano altre imposizioni fiscali, raccolte dai loro giurati di consiglio. Le romanìe, che in Fiemme si pagarono al Principato vescovile fino al 1802 ed al Governo austriaco fino al 1848 (legge di Francesco Giuseppe sull'abolizione degli oneri feudali), erano addossate in antico sugli edifici (con esclusione dei mulini, delle fucine e delle segherie che potevano essere travolti dalla furia delle acque), ma in seguito anche su stalle, tabià, campi e prati. Esse consistevano nel pagamento di denaro contante, di granaglie (orzo, o segala, o frumento) e infine di un certo numero di pecore, sane e con la lana, da pagarsi a rotazione. Per quanto riguarda la giustizia si deve evidenziare che quando la valle fu occupata nella seconda metà del Duecento dal conte del Tirolo Mainardo II, questi vi pose un giudice e un capitano militare permanenti, quest'ultimo alloggiato nel castrum di Castello di Fiemme. Quindi l'antico patto di invio del giudice solo due volte all'anno venne vanificato e nel 1314, quando la valle torno in possesso vescovile, si continuò allo stesso modo, con un giudice residente a Cavalese, stabile in valle fino al 1802. Vi sono però alcuni fatti che ci con- fermano non solo che la Comunità di Fiemme era già esistente al momento della stipula dei Patti nel 1111 (come lo era il Principato di Trento istituito nel 1027 quale emanazione diretta del Sacro Romano Impero Germanico), ma che aveva e mantenne delle libertà, delle autonomie, delle particolarità assai importanti. Ad esempio il fatto che lo scario della Comunità, cioè il suo massimo rappresentante, aveva il diritto e l'obbligo di essere presente, assieme ai giurati locali, a tutte le udienze sia civili sia penali; e lo fu fino al 1802. Non solo, ma lo scario aveva le chiavi delle prigioni, anche questo fino al 1802. Le prigioni erano un edificio della Comunità situato in piazza a Cavalese, addossato al quale si trovava il banco della reson. A fine Quattrocento quell'edificio divenne la cosiddetta lozza (poi abbattuta ad inizio Ottocento per dar luogo alla nuova strada) e le prigioni furono spostate all'interno del palazzo vescovile. Ma anche allora, benché si trattasse di un edificio di proprietà del principe e signore di Trento e benché fosse la residenza del suo capitano e del suo giudice, le chiavi delle prigioni rimasero in mano allo scario della Comunità, così che, se il giudice voleva incarcerare qualcuno, doveva chiedere che gli venissero aperte. Altro fatto notevole è che Fiemme ha sempre avuto, fino al 1802, un proprio codice giudiziario, sia civile sia penale, diverso in molti punti da quello in vigore nella città di Trento e nel resto del Principato. Ed ancora il fatto che le Regole di Fiemme avevano un elevato numero di regolani (sia di Regola sia di Comun), cosa inusitata nelle altre zone del Principato, dove tra il resto spesso vi era un regolano maggiore nominato addirittura dal principe di Trento. Ed infine il fatto che i vicini di Fiemme ebbero sempre diritto di caccia (rivendicato già nel 1230!) e di pesca su tutto il territorio della Comunità, diritto che a quell'epoca era esclusivo del signore territoriale. In conclusione un anniversario, questo dei 900 anni della stipula dei Patti gebardini, di grande rilevanza giuridica, che per la prima volta ha reso visibile Fiemme nella storia del nostro territorio, presentandola fin da subito che un unicum quanto alle peculiarità che per secoli l'hanno distinta e caratterizzata. Di questo tutti i vicini di Fiemme possono e devono essere giustamente orgogliosi. prof. Italo Giordani Leggi Tutto
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Ultimo aggiornamento (Venerdì 23 Settembre 2011 11:02) |
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Nell'anno 1111, a Bolzano nella casa di un certo Federico, si ritrovarono il vescovo conte di Trento e signore della Contea di Bolzano, il suo "avvocato" (= laico potente difensore della Chiesa), quattro rappresentanti di Fiemme e diciotto testimoni. Si radunarono tutti assieme in due giorni diversi ma susseguenti: giovedì 13 luglio e venerdì 14 luglio per sancire due accordi, due "patti" per l'appunto, dopo un periodo di contrasto in merito ai contenuti degli stessi.

