Grazie al coraggio ed alla buona volontà delle signore che si sono impegnate in questa non facile prova, grazie all’appoggio dell’assessore Lucio Dellasega e grazie alla disponibilità del Comune che ha messo a disposizione il locale, è stato possibile iniziare questa avventura.
È stato così riannodato il filo prezioso delle continuità, che, per un quarantennio, ha dato a tante giovani la possibilità di guadagnare il pane, aiutare le proprie famiglie, rimanere nelle loro case, ma contemporaneamente di arricchirsi culturalmente con un artigianato artistico riconosciuto sia in Trentino che a Vienna, da dove provenivano la maggior parte delle ordinazioni
.In questo modo, è stato possibile riappropriarsi di una parte della nostra storia, che era quasi dimenticata. Grazie a questa iniziativa, cominciata appunto con la mostra del luglio scorso, sono tornati i ricordi di nonne, zie, conoscenti, che facevano tintinnare i fuselli nelle serate del filò. Sono usciti dei vecchi tomboli che dormivano dimenticati in qualche ripostiglio o in soffitta.
“Noi non abbiamo grandi ambizioni” dice Dolores Antoniazzi. “Speriamo solo, con i nostri lavori, che per il momento saranno abbastanza semplici perché stiamo imparando, di perpetuare il ricordo di ciò che le donne di Fiemme, soprattutto di Predazzo, hanno potuto fare per l’economia della valle, aiutando le famiglie a vivere con dignità ed onestà, contribuendo allo sviluppo del territorio. Di nuovo grazie a tutti”.
La stessa Dolores Antoniazzi, in occasione di una delle serate di fine ottobre, all’interno della neonata “Rete dolomitica” tra le valli di Fiemme, Fassa e Primiero, ha presentato a Cavalese, nella “Domus Consiliorum”, una pregevole relazione sulla Scuola di Merletto di Predazzo e sulla storia del tombolo. La riportiamo nella sua interezza.
La storia del tombolo
Il filo della memoria, delle tradizioni, del lavoro continuo delle donne delle nostre valli, che ci lega ad un passato alle volte duro ma dignitoso, un filo che noi vogliamo gettare verso un futuro che ci auguriamo possa trarre giovamento dalla storia che è giunta fino a noi. Nel 1885, venne fondata a Predazzo la Scuola di Merletto, una delle sette esistenti in Trentino e la più numerosa.
Don Franz Mitterer, parroco di un piccolo paese, Provès, in Val di Non, nei suoi numerosi viaggi in Boemia, vide che gran parte delle donne si guadagnava da vivere con i merletti e pensò di portare tale arte nel suo paesino “in modo che le povere ragazze trovino lavoro e guadagno a casa e non siano obbligate ad emigrare, con il pericolo di perdere onore e salute e non recar danno ai propri genitori”.
Nacque quindi, nel 1876, la prima scuola di merletti, sovvenzionata momentaneamente da un privato, che però poi cominciò a disinteressarsi del progetto. Il curato Mitterer si rivolse quindi al Ministero del Commercio austriaco, che inviò una maestra boema ad insegnare.
La scuola divenne poi statale, con regolari diplomi rilasciati dopo tre anni. Erano accettate ragazze di lingua tedesca, italiana ed anche di località lontane. Per ragioni di spazio e del numero sempre maggiore di partecipanti, vennero quindi fondate altre scuole: nel 1879 a Malè, nel 1883 a Luserna, nel 1885 a Predazzo, nel 1890 a Calavino e nel 1895 a Cles e Tione.
Il Corso Centrale di Vienna pubblicizzava i vari modelli attraverso le riviste di moda, così le clienti potevano fare le loro ordinazioni atraverso il Corso centrale o direttamente all’Istituto scolastico.
Il Museo Austriaco per l’Arte e l’Industria organizzava poi nelle città più importanti esposizioni per promuovere e vendere i manufatti. I disegni, depositati e dei quali era vietata la riproduzione, erano inviati da Vienna, dove disegnatori provetti ne creavano sempre di nuovi, secondo la moda.
Nel 1897, a Vienna, importanti artisti e grafici fondarono l’associazione “Secessione Viennese”, di cui era presidente addirittura Gustav Klimt ed il cui motto era “AL TEMPO LA SUA ARTE, ALL’ARTE LA SUA LIBERTÀ”. Secondo le nuove idee, l’arte doveva riguardare ogni aspetto della vita ed ogni oggetto creato dall’uomo, quindi un grande interesse venne dedicato alle arti decorative, alla produzione tessile ed alla moda.
Il pizzo al tombolo fu inventato nel XVI secolo a Genova e si è poi diffuso in Italia, Spagna, Paesi Bassi, Germania e Svezia, più tardi tra i popoli slavi e dell’America del Sud. In oriente esso è praticamente sconosciuto, a parte alcune missioni dove è stato introdotto, i cui prodotti però sono venduti per lo più in occidente
.Gli arnesi necessari per l’esecuzione del merletto sono i seguenti:
IL TOMBOLO, un cuscino cilindrico di stoffa robusta, di lunghezza variabile secondo l’ampiezza del lavoro, fittamente imbottito di segatura, crusca o crine. Molto spesso veniva confezionato in casa. Il tombolo viene inserito in cesti o scatole a bordo alto, per impedire che si muova. Ogni regione poi, a seconda dei disegni e della grandezza dei manufatti, poteva avere un tombolo o telaio di diversa fattura.
IL PIOMBINO o FUSELLO, in legno, su cui viene avvolto il filo da sinistra a destra. Il disegno viene fissato al tombolo e si comincia l’esecuzione.
GLI SPILLI, che servono per fissare il lavoro al tombolo stesso, devono essere di metallo bianco e non d’acciaio, perché non arrugginiscano. Verranno tolti solo a lavoro ultimato.
I fuselli saranno più o meno numerosi a seconda della complessità del lavoro e della sua grandezza.
Naturalmente il lavoro veniva portato a casa e ciò dava la possibilità, alla fine della giornata, di ritrovarsi con altre donne a lavorare, nel caldo della stua o della stalla, al lume di candela o delle lampade a petrolio.
Si scambiavano consigli, ricette, economia domestica, farmacopea popolare di lunga tradizione, coltivazione degli orti e dei campi, educazione dei figli, risparmio e l’utilizzo al meglio di ciò che si produceva. E tutto questo con grande serenità ed allegria. Questo era il tradizionale “Filò” parola che probabilmente deriva proprio da fil
o, filare, quando si filava insieme lana, lino e canapa per le necessità della casa. Si socializzava, si dividevano con gli altri le conoscenze e si faceva “Comunità” nel vero senso della parola, perché, nei duri secoli passati, prima dell’istituzione della Magnifica, comunità significava mutuo aiuto per vivere e sopravvivere tutti assieme. Forse nel nostro Dna è rimasto questo senso di aiutarsi a vicenda, visto quanto sia forte in valle l’associazionismo del volontariato che accomuna tutti, uomini e donne.Mi auguro che la “Comunità di Valle” possa incentivare questi sentimenti di appartenenza alla nostra tradizione, alla nostra cultura, alla nostra vita in queste valli meravigliose.
Colgo l’occasione per ringraziare la signora Barbara Pierpaoli di Luserna, che ha scritto il libro da cui ho tratto la maggior parte delle informazioni e che nel 1996 ha contribuito a rifondare a Luserna la scuola dei merletti, coinvolgendo anche le giovanissime.
Ringrazio pure la signora Jole Rigatti di Cles, che è la maestra del corso che da cinque anni conduce a Cembra, con grande successo.
La stessa signora è anche l’insegnante del corso avviato a Predazzo, con molte persone interessate al progetto e con la convinzione che ciò che si può imparare dal pas¬sato, dalla tradizione, può essere soltanto una ricchezza in più per ciò che la vita ed il progresso di oggi ci hanno insegnato.
Dolores Antoniazzi
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